La Chrysler in Europa prima di Marchionne

La Chrysler in Europa prima di Marchionne. La costituzione della FCA Fiat Chrysler Automobiles nel corso del 2014 è stata tra gli avvenimenti, in campo industriale, più importanti dell’anno.

Chrysler, il Terzo Grande dell’auto americana, vantava già una lunga tradizione di legami con l’Europa. Questo storico marchio era stato fondato da Walter Chrysler il 6 giugno 1925, come risultato della trasformazione della Maxwell Motor Company; un’auto di nome Chrysler, però, era stata già lanciata nei mesi precedenti, quando la Maxwell aveva cessato la produzione con il marchio Chalmers. Grosso modo dal 1936 al 1949 le vendite delle auto Chrysler furono al secondo posto negli USA. Dei contatti avuti nel dopoguerra tra Chrysler, industrie e carrozzieri italiani si è parlato più volte e sulle nostre pagine sono state descritte alcune realizzazioni con la collaborazione del carrozziere Ghia, come la famosa Turbine dei primi anni Sessanta. Nel 1958 i legami con l’Europa (e indirettamente con l’Italia) si erano già fatti più stretti, non limitandosi alle prestazioni richieste ai nostri carrozzieri e designers. All’epoca, infatti, le concorrenti Ford e General Motors erano già stabilmente insediate nel vecchio continente: la prima controllava la Ford of Britain, la Ford Taunus in Germania ed aveva una partecipazione nella francese Simca; la seconda era proprietaria di Vauxhall e Bedford in Inghilterra e Opel in Germania.

Il primo programma tutto Chrysler nello stabilimento francese di Poissy fu il modello 160/180. Illustrata è una 180 con un esemplare costruito dalla spagnola Barreiros.

La Simca 1100 presentava alcune parentele stilistiche con le auto taliane dello stesso periodo (questa è una LS del 1984).

Così Chrysler, per non essere da meno, acquistò una partecipazione del 15,2% nella Simca, rilevandola dalle azioni della Ford. La Simca, a sua volta, aveva una storia particolarmente interessante, in quanto nasceva con capitale largamente italiano. Infatti, la Société Industrielle de Mécanique et Carrosserie Automobile era stata fondata nel novembre 1934 dalla Fiat (che all’epoca si preferiva scrivere FIAT). In effetti, già nel 1932 il gruppo torinese aveva offerto la licenza di produzione a Enrico Teodoro Pigozzi, che aveva un’officina a Suresnes e dal 1928 dirigeva la SAFAF, concessionaria Fiat per la Francia. Pigozzi acquistò lo stabilimento Donnet-Zédel e dal luglio 1935 assunse la guida della Simca che iniziò a produrre la Cinq (cioè la 500 Topolino) e la Huit (la 508 Nuova Balilla 1100, berlina moderna che della vecchia Balilla riproponeva solo il nome). È difficile resistere ad un approfondimento delle vicende belliche e postbelliche della Simca ma ci porterebbero fuori tema; basterà ricordare che nel 1954 la Simca aveva acquistato una quota rilevante della Ford SAF. La Ford, che produceva la linea Vedette, mantenne il 15,2% delle azioni che, appunto, nel 1958 rivendette alla Chrysler. Intanto, per rendere quest’albero genealogico ancora più ramificato, nel 1958 la Simca acquisì la Talbot-Lago, un’altra azienda dal grande passato che raccoglieva l’eredità di Sunbeam, Talbot e Darracq ed era stata rilevata dall’ingegnere veneziano Antonio Lago.

La Chrysler di Lee Iacocca volle compiere anche un’incursione in territorio Lamborghini; dal suo centro stile americano fece realizzare il prototipo Portofino che non ebbe alcun seguito.

La Horizon fu costruita con molti marchi: in Europa era essenzialmente Talbot o Talbot Simca e dal 1978 diventò Peugeot (anche se non ebbe il logo con il leone).

Nel 1963 Chrysler aumentò la sua partecipazione nella Simca al 63%, erodendo la posizione della Fiat, per salire poi al 77% ed arrivare nel 1970 al controllo assoluto, con il 99,3%. Nel corso degli anni Settanta le auto lasciarono progressivamente il marchio Simca per passare a quello Chrysler, con il simbolo della stella a cinque punte iscritta in un pentagono. All’epoca era in produzione la 1100 (il Progetto 828) disegnata dal centro stile di Argenteuil diretto da Mario Revelli Beaumont (che, per inciso, era figlio dell’inventore della pistola mitragliatrice). Si trattava di un’auto molto moderna che, pur con una certa eredità della popolarissima Simca 1000, rinunciava al terzo volume ed al motore posteriore e si poneva in concorrenza con le Renault 12 e le Austin/Morris 1100. Gli europei, dopo che si erano battuti a lungo per fornire le loro berline di un terzo volume posteriore, cominciavano ad innamorarsi delle due volumi. Le “piccole” Simca-Talbot-Chrysler passarono attraverso molte delle denominazioni che contribuivano a formare il gruppo; ci fu anche un ramo britannico in quanto nel 1962 Chrysler cercò di acquistare il gruppo Rootes (Hillman, Humber, Singer e Talbot). L’operazione al primo tentativo non riuscì ma nel 1964 il colosso americano acquistò il 30% delle azioni Rootes per poi completarne l’acquisizione nel 1967. Intanto, nel 1963 vi era stato anche l’acquisto del 35% della spagnola Barreiros, specializzata in veicoli commerciali ed in seguito aggiunse alla sua attività la costruzione di vetture della famiglia europea della Chrysler. Tornando in Francia, lo stabilimento di Poissy produsse, a partire dal 1970, la prima auto concepita ex-novo, la Chrysler 160/180.

Partendo dai progetti C6 fu sviluppata la Solara, Chrysler… per un mese. Infatti, la divisione fu acquistata dalla Peugeot ma la Solara fu commercializzata come Talbot Simca.

La Solara riprendeva il design tutto spigoli che fu seguito molto a lungo anche dalla Volvo.

Il progetto nasceva sotto la direzione di Roy Axe, responsabile del design del gruppo Rootes, che iniziò ad elaborarlo come C Car, secondo una linea di stile angloamericano. Contemporaneamente in Francia la Simca studiava il progetto 929; la versione 929XB fu rivista da Bertone e poi ulteriormente modificata come 929XC dalla direzione di Detroit che gli diede qualche tocco ispirato alla Valiant della Chrysler Australia. Il risultato finale ricordava da vicino la Hillman Avenger. Era una macchina non travolgente ma certamente più bella che brutta e, ad esempio, non dissimile dalle Opel e le Vauxhall che in quel periodo riscuotevano un certo successo. La stampa italiana fu assolutamente impietosa verso le Chrysler 160 e 180 (1,6 e 1,8 litri) che furono definite “mostriciattoli” e “brutti anatroccoli”, probabilmente perché osavano avere un terzo volume, un po’ sfuggente ma certamente visibile e differenziato. Intanto, nel luglio 1975, per il marchio Simca, la Chrysler lanciò un nuovo modello: la 1307. Disegnata sempre da Roy Axe, risolveva il problema dell’ostico terzo volume con una soluzione fastback/hatchback, somigliante a quella delle Volkswagen Passat della stessa epoca. Ebbero una grande varietà di motori (1.057, 1.294, 1.442 e 1.592 cm3) e la solita incredibile varietà di nomi: Chrysler Alpine, 150, Talbot 1510 e potremmo andare ancora avanti. Rimasero in produzione dal 1975 al 1980 ed ebbero un discreto successo. Per subentrare alla famiglia della SIMCA 1307 fu creato il modello C6 per il quale il 14 giugno 1978 fu depositato il nome Solara (che echeggiava quello della Dodge Polara del 1962).

Alla linea della Solara fu affiancata la grande Tagora (ormai non più Chrysler anche se il design rimaneva lo stesso) ma l’auto non aveva un’immagine di marchio né una posizione precisa nel catalogo Peugeot.

Nel campo delle piccole fu creata la Talbot Sunbeam, podotta inizialmente come Chrysler e poi come Talbot; il suo sviluppo era stato finanziato dal governo inglese.

La sua linea era “a trapezi e triangoli” secondo il design imperante all’epoca e, nonostante i motori 1.294 cm3 da 68 CV e 1.442 cm3 nella versione da 69 CV oggi possano apparire un po’ asfittici per un’auto che superava la tonnellata a vuoto, le prestazioni erano piuttosto buone. Ne abbiamo avuto una e ricordiamo l’efficace tenuta di strada e l’incredibile spazio interno; per contro, soffriva di una certa “crisi di identità”: lungo la carrozzeria, nella letteratura tecnica e persino sul portachiavi si potevano vedere i marchi Simca, Chrysler e Talbot. Già a luglio del 1978 la Chrysler Europe, entrata in un ciclo di crisi, fu rilevata dal gruppo PSA (Peugeot-Citroën) e perciò quella che in Italia era chiamata Talbot Simca Solara in realtà era già una Peugeot. La Solara ebbe una derivata più grande, la C9, battezzata Tagora. Questa grossa berlina, con motori da 2,2, 2,3 e 2,7 litri, non aveva un posto nel catalogo Peugeot e fu proposta con il marchio Talbot, ma dal 1980 al 1983 ne furono costruite solo 19.389. Oramai era già invalso, soprattutto in Italia, il dogma che per fare una tre volumi media o grande era necessario chiamarsi Audi, BMW, Mercedes o Volvo e così la Tagora fu abbandonata senza troppi rimpianti. Peraltro, la stessa Peugeot riuscì a lungo a contrastare il predominio teutonico, quando, nel decennio 1988-1997, costruì quasi due milioni e mezzo di 405 ma in seguito non riuscì più a rinnovare il miracolo. Ovviamente, il crollo della Chrysler Europe travolse anche la produzione britannica e decretò la fine di molti storici marchi inglesi, contribuendo ad accelerare il disfacimento della tradizione automobilistica d’Oltremanica. Sotto la guida di Lee Iacocca, salito ai vertici dell’azienda di Detroit nel 1978-1979, e grazie ad un robusto supporto finanziario governativo, la Chrysler tornò ad essere una delle Tre Grandi. Nel 1987 Iacocca ritenne di acquisire la AMC (che allora era controllata dalla francese Renault), soprattutto per mettere le mani sul marchio Jeep. Ci fu anche un breve interludio (1987-1994) durante il quale la Chrysler ebbe anche il controllo della Lamborghini, poi abbandonata quanto i tempi si fecero più difficili. Nel 1998 Chrysler tornò in Europa tramite la fusione con il potente gruppo Daimler-Benz AG. Ma non fu un matrimonio felice ed il capitale Chrysler fu acquisito dal fondo Cerberus Capital Management. Chrysler finì in amministrazione controllata il 30 aprile 2009 e ne uscì il 10 giugno 2009. Il resto è storia recente, con il salvataggio e l’ingresso del Chrysler Group sotto l’egida della Fiat, fino alla costituzione dell’FCA, con la presidenza di Sergio Marchionne, l’uomo dal maglione blu.




   

   

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