Moto Guzzi: un po’ Albatros un po’ Gambalunghino

 

 

 

 

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Ritrovarsi al cospetto di una moto come quella che vedete in questo servizio, in compagnia di due amici che condividono la nostra stessa passione è forse l’aspetto più appagante del nostro mestiere. Se poi la forte attrazione dei suddetti amici verso tutte le moto conservate, meglio se portano l’Aquila Guzzi sul serbatoio, si esprime in una bella chiacchierata seduti attorno al tavolo apparecchiato e guarnito con una bottiglia di dolcetto D.O.C. in una tipica trattoria del cuneese, il piacere può diventare sublime… Questo, anche se un po’ enfatizzato, ciò che mi è accaduto in una bella giornata di sole di inizio gennaio. Gli amici in questione sono Flavio Mellano e Paolo Rossi, la moto una Guzzi Albatros che ha una gran bella storia da raccontare…

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Tutto cominciò il Condor

Gli eventi che hanno portato l’attuale proprietario ad aggiungere questa moto alla sua collezione hanno in qualche modo seguito quelli che, alla fine degli anni Trenta, ha portato la Guzzi ad arricchire la sua gamma dedicata alla clientela più sportiva dapprima, nel 1939, con il Condor 500, una moto da corsa apparentemente derivata dalla contemporanea GTV ma ben più sofisticata, e l’anno successivo ad affiancarle l’Albatros 250 monoalbero che era invece vicinissima alle 250 ufficiali con le quali, oltre a dominare in lungo e in largo le competizioni in Italia, era riuscita addirittura ad espugnare la roccaforte del TT, fin dalla sua creazione saldamente in mano a uomini e macchine inglesi.

Nel garage di Paolo, come nel catalogo Guzzi, arrivò prima il Condor: “Sono un grande appassionato Moto Guzzi anteguerra e cercavo un’esemplare da corsa per arricchire la mia collezione”, esordisce Paolo Rossi. “Col consueto passaparola entrai in contatto con un altro collezionista che mi propone una moto interessante e ‘giusta’, per di più certamente appartenuta a un pilota piuttosto noto ai tempi, Dino Fagiolini. Perfezionato l’acquisto iniziai ad approfondire le ricerche sul passato agonistico di quella Condor, riuscendo ad incontrarmi con la famiglia Fagiolini, a Livorno. Dino non c’è più, ma la moglie e gli altri parenti hanno conservato tanti ricordi del suo passato di corridore e generosamente mi aprono il loro archivio per farmi vedere i ritagli dei giornali dell’epoca e le decine di foto scattate nei tutti i più importanti circuiti del dopoguerra”.

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La Guzzi Albatros/Gambalunghino 250 appartenuta a Dino Fagiolini è rimasta in un garage per 57 anni ed è tornata a ruggire quest’anno. Prima di riavviarla, la meccanica, peraltro a postissimo, è stata attentamente controllata. Per desiderio dei proprietario, amante del conservato, la moto non è mai stata pulita, per conservarne quell’impeccabile alone di antico…

 

Paolo ci racconta questa storia con crescente entusiasmo poiché sta per arrivare al punto in cui fu protagonista di quella che lui stesso definisce una fortunata coincidenza: “Fagiolini vinse la sua prima corsa col Condor nel 1951, al Circuito di Busto Arsizio, e proseguì poi una brillante carriera, sempre nelle prime posizioni della sua categoria. Corse anche con la 250, mi disse poi la moglie, mostrandomi una foto di un’Albatros, poi un’altra e un’altra ancora, quest’ultima scattata a Monza e con un Gambalunghino nel 1954. Mi disse che fu una giornata memorabile, poiché Dino corse davanti a una folla di 100.000 spettatori…”. Giunto a questo punto Paolo non poteva esimersi dal porgere l’innocente domanda: “Bellissime foto… Chissà che fine avrà fatto quella moto di suo marito…”. Ci siamo trovati tutti, almeno una volta, in questa situazione, ottenendo sempre le solite risposte, tipo ‘…eh, chi lo sa!…’ oppure ‘…a quest’ora chissà che fine ha fatto…’ o ancora, la più bella, ‘…se l’avessimo tenuta chissà oggi quanto varrebbe…”. E invece no, Paolo ricevette una risposta del tutto diversa, ovvero “ce l’abbiamo qua sotto in garage. Vuole vederla?…’. “In questi casi bisognerebbe dimostrare interesse ma non entusiasmo. Io invece feci quasi un salto sulla sedia, lasciando immediatamente capire che ero già ‘stracotto’. Scesi in garage, la moto giaceva sotto un telo da decenni ed era rimasta ‘congelata’ dall’ultima volta che fu utilizzata da Fagiolini, nel 1957”.

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Il carburatore Dell’Orto SSI montato sul condotto di aspirazione verticale è tipico delle Guzzi mono da GP degli anni ’50.

 

Il recupero della storia

Da allora i contatti con la famiglia si sono infittiti, sia per proseguire l’acquisizione di documentazione della Condor sia per trovare il modo di acquistare l’Albatros. In questo periodo, durato circa tre anni, Rossi ha incontrato, oltre la vedova, anche il fratello minore di Fagiolini, Giancarlo, che lo seguiva in tutte le trasferte: “Mi raccontò che agli inizi avevano limitate possibilità economiche e che per andare alle gare si spostavano in treno, caricando sul vagone il Condor e anche un Airone che poi serviva per trainare la moto da corsa dalla stazione fino alla luogo di gara… Mi raccontò che Dino provava la Condor sulla strada che da Livorno porta a Pisa, fermando temporaneamente lo scarso traffico dell’epoca e che la gente non solo accettava con pazienza, ma applaudiva i suoi passaggi in piena velocità!”. Ulteriori contributi furono cercati presso il Moto Club Livorno, dove si aggiunse che inizialmente Fagiolini correva con una Parilla 250 e una Gilera 500 Otto Bulloni che utilizzava anche per trasferte più lunghe, come per il Circuito di Forlì, spostandosi direttamente in moto fin sul luogo di gara, secondo un’usanza piuttosto diffusa in quel periodo. Acquistò poi la Condor dall’amico livornese Mandolini (nessun legame con la famiglia Mandolini di Brescia) e questa fu la moto che utilizzò più a lungo e che si portò appresso quando col fratello maggiore Bruno si trasferì a Ivrea per impiegarsi come meccanico presso la nota officina di Ermanno Ozino, buon corridore con una Guzzi Albatros e locale concessionario della Moto Guzzi. Lì Fagiolini si perfezionò anche nella meccanica, curando direttamente la messa a punto della sua moto.

Per quanto riguarda l’Albatros, il numero di telaio ha consentito di risalire, tramite i registri Guzzi, al primo destinatario, ovvero il concessionario di Siena Bernini che la cedette al pilota Pazzaglia. Dopo vari passaggi finì dal concessionario di Brescia Adelmo Mandolini, dal quale fu acquistata da Fagiolini che ad utilizzarla all’inizio degli anni ’50, quando la Guzzi aveva già creato il Gambalunghino. Per questo, come accadde in molti casi, inclusi i Condor del dopoguerra, aggiornati a Dondolino, la moto fu modificata via via con pezzi del Gambalunghino, perdendo un po’ la sua identità ma restando così testimone del suo tempo. Lo si evince dalle numerose fatture emesse dalla Guzzi e intestate a Ozino nelle quali sono elencati i ricambi utilizzati nei primi anni ’50 (e venduti con un forte sconto per agevolare i piloti) tra i quali c’è anche il telaio.

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Il magnete di accensione.

 

Il Temerario

Dino Fagiolini ha corso fino al 1955 ed era piuttosto noto, tanto da avere un suo ‘fan club’ che lo seguiva nelle gare ed esponeva un vistoso striscione, visibile in quale foto d’epoca, su cui spiccava l’aggettivo ‘il Temerario’. Definizione appropriata in quanto il suo stile di guida era decisamente fuori dai canoni dell’epoca; fu uno dei primi, ad esempio, a sporgere il ginocchio interno quando molti ancora tendevano a coricare la moto mantenendo il busto eretto, alla Bandirola, per intenderci. Scorriamo decine di foro scattate ad Asti, Ospedaletti e nei principali circuiti cittadini dell’epoca. Corse anche all’estero e proprio in Francia, a Saint Gaudens, ebbe un grave incidente nel quale si fratturò entrambe le braccia e le gambe e che gli precluse la possibilità di diventare pilota ufficiale della Guzzi. “Era conteso tra Gilera e Guzzi”, ci ha detto Rossi, “ma la Casa di Mandello era quella che lo seguiva con più attenzione. Lo testimoniano le foto che lo ritraggono con la sua Albatros già aggiornata nel telaio, che montava la forcella del Gambalunghino e anche la carenatura in alluminio col famoso ‘becco d’uccello’, particolari che dopo la corsa erano restituiti alla Guzzi”. Fagiolini ha corso dal dopoguerra fino al 1955. Ha poi aperto una concessionaria Moto Guzzi a Livorno nel 1957, in un periodo non facile per il mercato motociclistico, ed è mancato nel 1982 in un incidente stradale in moto a Genova, in sella a una Laverda 750. era nato nel 1926 e aveva dunque solo 54 anni.

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Finalmente a casa

Proseguiamo il racconto del ritrovamento: “Ovviamente non ero il solo a sapere dell’esistenza di quella moto, ma capii che tutti quelli che l’avevano già vista non avevano certo palesato lo stesso mio entusiasmo e dunque non avevano dato il giusto valore a quell’oggetto. Io invece giocai a carte scoperte, facendo un’offerta che era e il reale valore di quella moto. Non fu accettata al volo, ma capii che aveva colpito nel segno..”. Paolo parlò poi del ritrovamento con Augusto Farneti dal quale ottenne subito un incondizionato appoggio sull’acquisto: “Farneti mi seguì per due anni in questa vicenda e mi garantì che non avrebbe fatto accenno della cosa a nessuno, in modo da lasciarmi concludere la trattativa con la dovuta tranquillità. Fu un gesto che è per me il suo più bel ricordo…”. Unica tassativa raccomandazione tecnica da parte del professore quella di non provare ad avviare il motore senza averlo prima fatto vedere a un esperto. Dopo 57 anni di inattività c’erano effettivamente grossi rischi di danneggiare qualcosa. “Quando ritirai la moto ebbi la sorpresa di trovare una cassa riempita coi pezzi Albatros sostituiti e poi rapporti, getti, bielle, pistoni, valvole al sodio – rarissime- e tante altri piccoli ricambi che facevano all’epoca facevano parte del corredo di ogni corridore. Con Farneti, Todero e Frigerio ci recammo da un meccanico di Reggio Emilia che smontò completamente il motore per verificarne le condizioni. E lì è arrivata un’altra sorpresa: tutti i particolari erano perfetti e curati nei minimi dettagli. Addirittura l’olio nel motore era nuovo”. La prima accensione avvenne nel febbraio 2014: avviamento, ovviamente, al primo colpo!

006La forcella è a parallelogramma, originale dell’Albatros. Il grande freno i magnesio è invece quello del Dondolino.

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La catena non è d’epoca… Autentico invece l’ammortizzatore a compasso coi bracci di alluminio.

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La molla della sospensione posteriore posta sotto il motore. L’astuccio tubolare di protezione è stato rimosso.

 

Paolo Rossi ha portato questa moto al circuito dell’aeroporto di Genova, poi a Digione nella Coupe Moto Legende e infine a Ospedaletti: “Tre uscite che mi hanno permesso di apprezzare quanto forte vada questa moto. il motore sale fino a 8.500 giri e non spinge ‘pulito prima dei 4.000. Oltre quel regime è una goduria…”.

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