Trabant

Trabant, la macchina del popolo

Trabant, la macchina del popolo. Nel 1957 nacque la prima Trabant P50 nello stabilimento della VEB Sachsenring Automobilwerke a Zwickau in Sassonia, nell’allora Germania dell’Est. Era stata concepita per essere la macchina del popolo, disegnata col righello, con linee semplici ed essenziali, costruita con materiali di riciclo e economici, il “Duroplast”, cioè un impasto di cartone pressato a plastica. Niente cromature, sul davanti una mascherina grigia e anonima, fari rotondi e molta inespressività. In poche parole una macchina davvero brutta, eppure… quella macchinetta che sembrava uscita dai fumetti sin da subito conquistò le persone col suo fascino di oggetto unico. Certo -e non poteva essere diversamente- la macchina era nata con l’intento di motorizzare l’intera popolazione ed era l’unica esistente sul mercato, per cui prendere o… lasciare. Il popolo prese, ma prese col sorriso sulle labbra, in un periodo non certo facile, al di là della cortina di ferro. A quei tempi nella DDR esisteva anche un’altra casa automobilistica, la Wartburg, che produceva macchine di una certa levatura, più grandi e spaziose ma il prezzo proibitivo dei vari modelli ne fece la scelta della Nomenklatura politica dell’epoca.

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Il modello P50 della Trabant fu prodotto dal 1957 al 1962 in 131.440 esemplari, montava un motore di 500 cm cubici a due tempi, raffreddato ad aria, senza valvole, albero a camme, cinghie dentate e catena di distribuzione. Non c’era nemmeno la pompa dell’olio. Nel 1962 fu sostituita dal modello P60 che durò fino al 1965 e fu prodotto in 106.628 esemplari. Dal 1964 al 1990 venne costruito il modello per antonomasia della Trabant, quello che siamo stati abituati a vedere e riconoscere come la macchinetta più assurda che circolasse sulle strade soprattutto dell’Est europeo. La produzione raggiunse la cifra record di 2.818.547 unità. Il modello si chiamava 601, montava un motore due tempi di 595 centimetri cubici che erogava una potenza di 25 cavalli. L’auto impiegava 29 secondi per raggiungere i 100 km all’ora e la velocità massima era di 112 km/h. Più però della Fiat Nuova 500 che come velocità massima arrivava a malapena a 85Km/h. Col modello 601 i giochi di potere erano conclusi, gran parte dell’Europa dell’Est era motorizzata e “felice”; la DDR, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Moldavia, la Polonia… tutte erano invase dalle Trabant. Ricordo nelle campagne dell’Essen dove sono nato, tra Ober-Ramstadt, Zeilhard e Darmstadt, nella Germania Ovest, sfrecciare fiammanti Ford Capri, Taunus, e Volkswagen a volontà.

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Erano i primi anni 70 e sentivo parlare a casa dei miei nonni delle Trabant e ogni volta che andavamo in città mi attaccavo al finestrino della Karman Ghia di mia zia per cercare di scorgerne una ma non vi riuscivo mai, lì non ce n’erano. Come tutti ne vidi a frotte il giorno della caduta del muro di Berlino nel 1989 passare da una parte all’altra della città coi loro carichi disperati di persone e sogni. Trabant in tedesco significa Satellite, non so cosa volessero intendere i “padri” dell’auto quando ne inventarono il nome, certo non potevano chiamarla “Volkswagen”, c’era già quel nome… Volkswagen vuol dire proprio “Macchina del popolo” e la Trabant dell’Ovest era niente meno che il vecchio Maggiolino. Per quel che riguarda la sicurezza la Trabant era un veicolo tutto sommato resistente, la carrozzeria non subiva deformazioni in quanto non era costruita in metallo ma un incidente provocava vere e proprie rotture della scocca che poi era di difficile riparazione ma con generose iniezioni di resine il danno poteva venire sistemato. In tempi più recenti vi fu una notizia che fece il giro del mondo, nel 1997 la Trabant fu sottoposta al test dell’alce che consisteva di virare bruscamente a 60 km/h come se in strada si fosse materializzato un ostacolo improvviso, come per esempio un animale uscito dal bosco, cosa per altro non certo rara nel centro-nord europa.

Trabant

Ebbene, la Trabant superò brillantemente quel test mentre altrettanto non fece la Mercedes Classe A che sfoggiava una tecnologia ben diversa e superiore. Nel 1989 fino al 1991 vide la luce l’ultimo esemplare della Trabant, denominato 1.1 fu costruito in 39.474 esemplari, poi la produzione cessò, con la caduta del muro e il rilancio economico della Germania riunificata la macchinetta del popolo, il Satellite, era divenuta anacronistica e le gente aspirava a qualcosa di meglio, foss’anche solo una Volkswagen Polo. La 1.1 montava un motore 4 tempi da 1100-1300 centimetri cubici, lo stesso della Polo, da qui la volontà di acquistare la piccola della Volkswagen da parte dei vecchi possessori Trabant. La piccola dell’Ovest era decisamente più carina da vedere e i tedeschi della vecchia DDR avevano anche voglia di scrollarsi di dosso quello che sì, poteva essere considerato un mito, ma che ricordava loro tempi non certo meravigliosi. Dunque nel 1991 la fabbrica di Zwickau smise di produrre per sempre la Trabant facendo entrare la macchinetta nella leggenda. L’azienda però non chiuse i battenti e continuò a produrre componenti di ricambio per motori a scoppio.

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La prima Trabant che ebbi modo di vedere fu in occasione di un mio viaggio proprio a Berlino, nel 1991, il muro era stato abbattuto solo due anni prima ma ancora erano ben evidenti i segni di distinzione tra le due parti, oltrepassando la porta di Brandeburgo provenendo dalla parte Ovest, subito ci si accorgeva delle facciate più austere dei palazzi e delle macchine parcheggiate lungo la strada, molte di esse erano Trabant, mi fermai a fianco della prima che vidi, era un modello 601 famigliare. Tornai verso la linea del muro e vidi in uno dei pezzi che lasciarono intatti a ricordo futuro il celeberrimo murale che raffigura il bacio tra Breznev (Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1964 al 1982) e Honecker (Segretario generale del Partito socialista unificato di Germania dal 1971 al 1989). Sopra di loro una scritta in cirillico dice: “Signore! Aiutami a sopravvivere a questo amore letale.” Poco più in là l’altro famosissimo murale che raffigura proprio una Trabant sfondare il muro e presentarsi all’Occidente con la targa che evoca la data della caduta della cortina di ferro: 9/11/1989.

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Nell’inverno del 2010 mi trovavo a Budapest ed ebbi modo di provare a guidare una Trabant 601 dell’Agenzia CityRama. Venne a prendermi un ragazzo per portarmi in giro per la città nei luoghi più rappresentativi della resistenza storica contro i Russi. La Traby in questione -questo era il nomignolo che la popolazione di allora le aveva dato- era un modello ristrutturato di famiglia, lasciato nel suo colore originale, un beige forte, solo la batteria all’interno del motore era stata sostituita. Per il resto montava ancora pezzi originali di più di vent’anni prima. L’interno era più spazioso di quel che potesse sembrare vedendo le dimensioni ridotte dell’auto e anche i posti dietro accoglievano abbastanza comodamente due persone adulte. Il bagagliaio era sufficiente per tre valigie di medie dimensioni, la plancia, piuttosto bruttina, ospitava una radio, un portaoggetti visto anche sulla Panda prima serie (la 30 e la 45) e la leva del cambio manuale posta accanto al volante.

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Davanti al guidatore c’era solo il contachilometri, rotondo, privo dell’asta di segnalazione olio e benzina. In pratica, ogni tanto dovevi fermarti e controllare a vista quanta benzina si aveva ancora a disposizione nel serbatoio. Quando tutti erano in giro con la Trabant, mi spiegò Christian, il ragazzo dell’Agenzia, viaggiavano con una tanica di scorta sempre piena nel baule anche se era vietato ma il rischio di rimanere per strada lungo le campagne desolate dell’Ungheria era altissimo. Dopo un tour su e giù per Buda e poi Pest passando più volte dal Ponte delle catene, mi misi al posto di guida all’interno di un parcheggio innevato nel preciso istante in cui dalla parte opposta stava sopraggiungendo un pullman con targa Ukraina che non aveva la minima intenzione di farmi passare, così dovetti immediatamente imparare ad inserire la retromarcia e dosare bene frizione e acceleratore per tornare indietro, parcheggiare in un buco trovato libero e far passare il bus.

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Non fu impresa facile ma le dimensione contenute del mezzo mi consentirono di eseguire senza troppi problemi la manovra. Il volante senza servosterzo era molto duro ma, complice la neve in terra, le ruote girarono morbidamente. Così dopo provai a lanciarla lungo un tratto rettilineo per sentirne la tenuta e provarne la frenata. Capii subito perché superò senza problemi la prova dell’alce. La Trabant fu sì una macchina che si aggiudicò un posto tra le cinquanta auto più brutte del mondo però fece un’epoca, e per il fatto che non aveva concorrenti, vinse alla grande ogni sorta di battaglia, e a tutt’oggi ci sono persone che ancora la rimpiangono.


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